C’è una citazione dell’ultimo libro di Matteo Bussola che mi è restata dentro: l’ho rimasticata durante i giorni estivi di contatto prolungato con i bambini e si è aggiunta allo stimolo che ho ricevuto nelle ultime settimane dalle nuove famiglie che ho incontrato.
“L’amore che non ti completa, ma ti comincia”
Per chi ha letto il libro “La vita fino a te”, Bussola descrive le strade tortuose e mai scontate alla scoperta dell’amore; percorsi non lineari, che non assomigliano ad autostrade o tangenziali (anche se qualche dubbio sulla Transpolesana costellata di crateri può venire): penso che valga la stessa cosa per l’amore nei confronti dei figli.
Ogni nuovo figlio non ti completa, ma ti comincia: mi riferisco ad un figlio già nato ed atterrato sulla terra, un figlio che non c’è più o che c’è stato per poco tempo, anche solo per qualche settimana di gestazione, un figlio a volte solo sognato e desiderato. Ogni figlio che arriva in una famiglia, nell’esistenza di una persona, nella storia di una coppia, innesca una rivoluzione copernicana.
Ti comincia ad una relazione che richiede un “totalmente fuori”, una “responsabilità illimitata” (Recalcati docet), che ti costringe a far uscire dall’armadio della tua vita parti di te che non sapevi bene di aver nascosto. Ti obbliga a liberare degli scomparti, rovesciare tutto sul pavimento e fare un bel processo di KonMari della tua esistenza.
No, andiamoci piano. Non assomiglia per niente ad un metodico ed ordinato KonMari.
Con mio marito abbiamo creato la definizione di “Figli come acceleratori di particelle”: per rappresentare l’arrivo di un figlio immaginate delle grandissime centrifughe in cui viene riversata all’interno tutta la vita –vita personale, di coppia, lavorativa-. Tutto inizia a girare ad alta velocità e ad un certo punto ci si deve decidere a provare a fare un po’ di ordine, dentro e fuori, mentre tutto sta continuando a vorticare. Decidere cosa tenere, che tipo di bagaglio occorre per il viaggio della paternità e maternità, cercando di attrezzarsi sulla base di ipotesi o esperienze riferite. Tentativi, prove ed errori. In effetti è un lavoraccio, su se stessi e sulla coppia.
Anche una mamma (o un papà) al secondo, terzo, quarto, quinto, arrivo di un figlio ha ancora paura, ha nuovi dubbi, ha domande senza risposta, forse proprio per il fatto di avere già avuto la fortuna di passare dalla centrifuga e di sapere che dovrà ripassarci. Questo post nasce come ribellione a tutte quelle banalizzazioni che si devono sorbire le famiglie con più figli e a cui non è facile trovare una risposta a tono: il problema sostanziale della banalizzazione è che delegittima ogni tentativo di comunicare uno stare scomodo, ogni timore, ogni debolezza.
Tu che stai aspettando il quinto figlio, non avrai mica paura di partorire?
Cosa vuoi che sia per voi, è la terza figlia che arriva nella vostra famiglia, per te sarà facile.
La depressione post-partum viene solo quando hai il primo figlio, adesso sei solo un po’ fusa. (Nel caso vi venisse qualche dubbio questa affermazione non è assolutamente vera)
Sai già cosa ti aspetta, non farti venire ansie inutili.
Voi due tanto sapete già cosa succede, siete già abituati ad avere dei bambini per casa. Alle notti insonni ormai avete fatto l’abitudine.
Invece credo che sia proprio il fatto di sapere che un nuovo figlio porterà con sé un ricominciarsi obbligato ad aprire la porta al timore (a volte proprio al panico) dell’incognita. Un nuovo inizio cela una parte di ignoto, di incontrollato ed incontrollabile che non credo sia giusto arginare e sistemare con un comodo “andrà tutto bene”…probabilmente sarà così, ritengo però sia più rispettoso accogliere la zona di grigio, rispettando il dubbio, il momento di transizione.
Non ci sono solo cose difficili è vero. I lavori di cura che richiedono fatica, impegno, presa di coscienza e rilettura della propria storia non sono mai sterili.
È questo il motivo per il quale, nonostante le sbroccate, sono estremamente grata ai miei figli, che costantemente mi obbligano a rivolgere lo sguardo su di me e riguardarmi, a stare sempre in un dinamismo di crescita. Così ad ogni domanda a cui non so rispondere, ad ogni risposta che mi lascia spiazzata, ad ogni comportamento che non riesco ad incasellare, nel cuore sento assieme alla fatica del dover cominciare di nuovo da zero, la gratitudine di doverlo fare.
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